Sul talento, l’ispirazione e il popolo (il primo Verdone e Stig Dagermann)

Ci sono artisti che hanno bisogno di un contatto diretto con il reale, per dare il meglio di sé. Hanno, quando va bene, un contatto diretto con il popolo (parola fuori moda che sta per: il ceto della gente che lavora ) al limite, sanno gettare delle occhiate, sguardi rapinosi, nella vita. Quando smettono di farlo, si perdono, letteralmente, inaridiscono – allora vedi la fatica, il girare a vuoto.
E’ il caso del primo Verdone. Quello dei primi tre film, per intenderci. Quello delle maschere, per capirci, delle macchiette. Film senza grandi pretese, all’apparenza. E non voglio certo negare che siano film d’intrattenimento. Eppure, in questi filmetti – girati in maniera sciatta, senza un’idea di regia, senza fotografia, con sceneggiature un po’ così – ci sono dei lampi di vita vera e, per questo, ci piacciono. Basti prendere il Leo di Un sacco bello – il vero protagonista, di un Sacco bello. Cosa fa di lavoro, ve lo ricordate? Ve lo dico io: l’elettrotecnico. Aggiusta radio e stereo. E si è diplomato alla Scuola Radio Elettra (si vede il diploma appeso sulla parete, con un orgoglio tutto strapaesano per il pezzo di carta quale che sia). Ed è, quella di Verdone, di farne un diplomato Radio Elettra, una scelta perfetta. Leo è, in effetti, un borderline. Noi ridiamo, di lui – ma dovremmo provarne pena. E la Scuola Radio Elettra era, ai miei tempi ancora (ne ricordo la pubblicità sui Topolini di inizi anni ‘80) l’ultima chance, la scuola privata dei perdenti. Come Leo. Dunque, un frammento di reale, di vera vita dei ceti popolari. Ma voglio dire di più: l’apologo di Leo e MariSol (apologo sì, dai chiari intenti morali) racconta il conflitto, l’incomunicabilità tra una classe di intellettuali internazionalisti e anticonformisti – cosmopoliti – e le classi popolari. Analisi conservatrice e paternalistica quanto volete – e amara – ma che ci dice, già allora, un sacco di cose sulla sconfitta della sinistra.
Bene. Verdone non era certo di origini popolari. Il padre era un critico famoso e lui ha sempre bazzicato il mondo del cinema romano (di suo, certo, molto popolare ma anche ricco). Ma, forse in virtù della sua giovane età, sapeva cogliere dei frammenti delle vite dei lavoratori romani – e italiani. Col tempo, via via che invecchiava, diventava ricco e famoso e fatalmente si allontanava dal reale, questa capacità di sguardo l’ha persa. E i suoi film sono diventati pallide imitazioni della commedia sofisticata che sentiva di dover fare ma non aveva i mezzi per fare. E in Borotalco si sente. Cos’è, infatti, se non la storia di una resistenza, grazie all’immaginario, all’imborghesimento del mondo, della vita? E quanta verità c’è in quel “Il sale grosso, grosso, no fino!” con cui si chiude il terzo atto del film, frase che ha in sé tutta la prosaicità opaca della vita “tinello-camera-cucina”?

Tutto questo per dirvi di Stig Dagermann, di cui ho letto, con imperdonabile ritardo, i racconti pubblicati da Iperborea, solo la settimana scorsa. Nella sua introduzione – bellissima – Goffredo Fofi mette la perdita dell’ispirazione tra le cause del suicidio dello scrittore – perdita dovuta all’improvvisa ricchezza e fama. Sembra una frase fatta, banale, ma poi leggi tutti i racconti fino all’ultimo, postumo, A casa della nonna. E vedi e senti e percepisci che, davvero Dagermann si era esaurito, disseccato che, non potendo raccontare di ciò che sapeva (e che non sapeva più) perde lo sguardo, perde la mano. Lo senti in maniera così netta che ti fa male, ti strazia. Come certi suoi racconti – questi sì riusciti – in cui il destino dei personaggi ti colpisce proprio perché ineludibile, già scritto, così pericolosamente vicino al cliché da ambire all’universale: ecco lo scrittore proletario che, un volta arricchitosi, perde l’ispirazione.

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