Un racconto (gite e sigarette)

Possono passare pomeriggi interi, prima che si scambino una sola parola. Se lui è in casa – senon è via per uno dei suoi mille inpegni, lavori – si incrociano per le stanze – che a quell’ora sono piene di luce – e si sfiorano, senza aprire bocca.

Da quando è arrivata la madre di lui, è anche peggio. Lei dorme nella stanza di Michele. La stanza che era di Michele. Passa le giornate a sonnecchiare sulla poltrona – una rivista di storie femminili aperta in grembo e gli occhiali da presbite che le scivolano sul naso. E lei si sente a disagio. Come se quella presenza, lì, in quella stanza, bloccasse i suoi movimenti, la costringesse a parlare ancora più sottovoce, a non fare nemmeno i piccoli rumori delle incombenze quotidiane. Sono tre giorni che non passa l’aspirapolvere.

“Tua madre dovrebbe fare un bagno” dice.
Lui alza gli occhi dal giornale, si stringe nelle spalle.
“Dovresti dirlo a lei, questo, no? Se pensi che ne abbia bisogno”. Francesca vorrebbe dirgli dell’odore penetrante di lei, un misto di sudore e fatica. Di ormoni decaduti e scarsa pulizia. Un odore che sa di cose polverose e dimenticate, ma non sgradevole. Non del tutto, almeno. Poi lui si alza dal tavolo – lasciandosi dietro un caos di briciole, fette biscottate all’avena mezzo mangiucchiate, barattoli di marmellata aperti e una tazzina di caffè piena di un fondo cremoso, giallastro.
Si avvicina per darle un bacio, di sfuggita. “Adesso devo proprio andare” dice. Lei sta guardando fuori della finestra, il tronchetto delle felicità della dirimpettaia. E’ cresciuto fino a superare i due metri. Vorrebbe sapere come fa. Si chiede perché le sue piante muoiano sempre dopo poco tempo. Annuisce piano, come tra sé, alle parole di lui.

Ieri, al mercato ha incontrato Ludmila. Si è fatta spiegare come fare il bagno a una donna anziana. Ludmila è stata precisa, netta, con quel suo accento che sembra caricare le parole di chissà che. Davanti a un caffè le ha spiegato che è tutta questione di far attenzione a non scivolare. E di bilanciare i pesi. E’ una questione di equilibrio, ha detto, tutta seria, leccando il cucchiaino per suggerne l’ultima particella di caffè.

Quando le comunica l’idea del bagno – lo fa con diplomazia, con quello che le sembra diplomazia, un miscuglio di vezzi e tono scherzoso, che trova, lei per prima, stucchevole – la suocera annuisce con calma.
“Sì” dice, “mi ci vuole un bel bagno”.

Si spoglia da sola con lentezza, finché può. Le grosse dita gonfie slacciano i bottoni della blusa di cotone. Fa anche per mettersi in piedi in modo da poter far scorrere la cerniera laterale della gonna ma ricade seduta dopo poco. Si lamenta, senza piagnucolii, del dolore alle gambe, della loro debolezza. Proprio lei. Francesca si avvicina e con calma le sfila prima la gonna e poi i lunghi collant scuri. Il primo sguardo su quella carne bianca, molle, marezzata di vene violacee contorte come radici, le fa male. Si chiede, più volte, se sarà così anche lei. Se è quello, il futuro. Poi si fa forza e l’aiuta a camminare fino al bagno, le dà il braccio per immergersi, cercando di pensare solo all’equilibrio, alle forze in gioco.
Il bagno è già pieno di vapore che sale.

Mentre le strofina la schiena, le viene naturale studiare le rughe profonde che le solcano la pelle scura alla base del collo. Sembrano tracciare un disegno, una mappa. Ci passa più volte la spugna, come potesse cancellarle (come volesse cancellarle) ma le danno la forza di farle quella domanda.
“Hai viaggiato, molto, vero, Anita?”
Anita ride, con quella sua risata grassa che le fa scuotere le grandi mammelle pendule, che le scardina la bocca.
“Gesù” urla, quasi “Quando avevo sedici anni me ne sono andata di casa” volta un po’ la testa, per quello che può, per cercare lo sguardo della nuora, ma lei è intenta strofinarle la schiena (le sembra che lì l’odore sia più persistente, bloccato nelle grandi macchie della vecchiaia). Così rinuncia e continua a parlare rivolta al nulla – o forse al suo riflesso nell’acqua, dove la schiuma si apre.
“E sono venuta a Vercelli. A fare la mondina. Una delle ultime, eh. Lì ho conosciuto Guido, il mio primo marito. Poi quando è nato Carlo, il fratellastro di Alberto, sono partita di nuovo. L’ho messo a baglia e sono andata in Svizzera.”
Adesso il suo tono è cambiato. Sembra immersa in quello che racconta. C’è una forza diversa nelle sue parole.
“Ero a servizio da una famiglia di svizzeri italiani. Avevano una scalinata di marmo che… beh, lavarla tutta era una faticaccia. Almeno tre secchi di acqua e lisciva. Poi sono partita di nuovo, dopo un paio d’anni” muove il braccio nudo nell’aria, con un gesto che indica noncuranza. O forse vuole dire qualcos’altro, qualcosa di più nascosto, “Dovevo muovermi, capisci?” non aspetta la risposta di Francesca. “E sono andata in Germania. Lavoravo in una fabbrica dell’Audi.” Ride di nuovo al pensiero, ma questa volta sussulta appena, come ridesse tra sé. O come se a ridere fosse una se stessa più giovane, più discreta e femminile. Segreta. Sepolta.
“Dormivamo, tutte noi donne, in una baracca che veniva da un campo di concentramento. Sai, i tedeschi non ci andavano tanto per il sottile. Però è stato il periodo più bello. Ballavamo, su quei pavimenti di legno, fino a farli diventare lucidi”.
Adesso Francesca si è spostata per lavarla anche davanti. Anita vorrebbe dirle che non ce n’è bisogno, che lì può fare da sé. Ma non dice nulla. C’è qualcosa nell’abnegazione della nuora che le fa capire che lo sta facendo più per sé, che per lei. Continua a raccontare, invece.
“Quando è nato Alberto, è andato a baglia pure lui. Mica potevo portarlo in fabbrica, no? e poi in collegio” Si ferma un attimo. Mette a fuoco qualcosa che vede soltanto lei, “Ma andavo a trovarlo più spesso che potevo, eh? Tutti e due, andavo a trovarli”.
Francesca non dice nulla. Passa e ripassa la spugna sempre sugli stessi punti. Non dice nulla ma, nella sua testa, è scattato un interruttore. Una voce, come un mantra, ripete: ecco perché, ecco perché.
Anita continua il suo racconto. La Francia, e poi di nuovo la Svizzera, come operaia specializzata, questa volta.
Poi all’improvviso, si ferma.
“E tu? Hai mai viaggiato, tu?”
Francesca è presa alla sprovvista. No, non ha viaggiato, molto, lei. Non sa perché. Per spiegarlo, dovrebbe raccontare di una bambina che aveva la fame di tranquillità di un’orfana – così le aveva detto sua madre, un giorno. Di una bambina che mendicava stabilità. Della volta che pianse, perché doveva cambiare asilo. Scuote la testa e raccoglie le labbra sottili in quella smorfia che la fa assomigliare a un topolino, secondo Alberto.
“No” dice. “Non mi piace molto viaggiare”.
Anita annuisce. Poi, all’improvviso, sorride, complice.
“Ce l’hai una sigaretta?”.
Francesca non fuma, sta per dire di no, ma poi si ricorda che Alberto tiene un pacchetto per le emergenze nel comodino. Le fa cenno di aspettare e corre in camera loro. Apre il cassetto e cerca le sigarette. Le capita in mano una sua vecchia foto di quando aveva sedici anni. Gliel’ha scattata suo padre, davanti a quella casa, che era stata dei suoi, prima, nel cortile. Le sembra che simboleggi un sacco di cose. La mette via. Prende il pacchetto e un accendino di plastica, torna da Anita, raggiante, il pacchetto esposto nella mano sollevata, un sorriso di trionfo stampato in viso.
Anche Anita sorride.

Più tardi, mentre la asciuga (l’ha avvolta in asciugamani vecchi, paurosa delle conseguenze se l’odore non se ne fosse andato) continuano a parlare. A un certo punto Anita la guarda, strizzando gli occhi per la troppo luce – dolciastra adesso che il sole sta calando – e le fa quella domanda. Quella che Francesca si aspettava da giorni.
“Non va molto bene, con Alberto, vero?”
Francesca tira un sospiro, le pare di essersi tradita, vorrebbe negare. Ma lo sguardo di Anita invita a lasciarsi andare. Non giudicherà.
“Vuole partire, adesso. Gli hanno offerto un posto in Romania: deve insegnare a operai locali a usare le macchine a controllo numerico di nuova generazione. Io non voglio” Scuote  la testa, con il taglio di capelli e lo sguardo da bambina, “E’ appena tornato” conclude.
“Ha preso la mia irrequietezza” dice Anita.
Francesca vorrebbe dirle che ha preso anche il suo egoismo, la sua indifferenza. L’incapacità di perdonare e di allungare la mano per primo. Anche l’ospitalità verso quella madre malata è solo un dovere verso il fratellastro, non verso di lei, troppo colpevole, ai suoi occhi.
Anita stringe di più gli occhi, due tagli, adesso. E’ concentrata sulle volute di fumo che ancora addensano l’aria.
“Partirà comunque” sospira. Poi, più dolce, più attenta, rivolta a Francesca. “Lascialo andare”.
Francesca annuisce.
“Sì” mormora. “Sì. Lo farò”

Da quel giorno, parlano tutti i pomeriggi. Anita racconta il suo passato. I viaggi di lavoro e quelli di piacere – le gite, come le chiama lei: le racconta di un gruppo di operaie sui quaranta, di tutte le nazioni europee (di quelle povere, di quelle che producono emigranti) in gita a Parigi, nel ’75. Della tour Eiffell usata come l’ago di una bussola, per orientarsi, da un gruppo di signore che sapevano appena leggere nelle loro, di lingue, e che non facevano che ridere, quando provavano a chiedere informazioni. Le racconta le risate, i fiatoni, la puzza di certi vagoni e la vergogna di certi cessi comuni. Francesca ascolta, attenta a cogliere gli spazi, dentro quelle parole. A cogliere la genesi della sua situazione attuale nelle sfumature, nelle pause. A percepire la stanchezza e la libertà.
Ogni tanto, dividono una sigaretta.

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