Ecco il racconto

Stavo scrivendo una relazione per l’ufficio. La casa era fredda, come sempre, le pareti spesse trasudavano umidità. C’era il buio, fuori – le sette di sera, d’inverno, sono l’ora più buia – e io mi stringevo nel vecchio golf che uso sempre, in casa, cercando di raccogliere il calore del mio stesso corpo. Avevo l’impressione che si disperdesse nella stanza, nell’aria, come un alito o un vecchio rimpianto. Scrivevo tentando di concentrarmi sui dati, sulle cifre, quando tra il brusio del televisore lasciato acceso – come un brano di sottofondo – una parola mi colpì, costringendomi ad alzare gli occhi dallo schermo. Tsunami. Maremoto. Fece scattare qualcosa. Cercai, a tastoni, il telecomando, e alzai il volume. Mi misi a guardare. E mentre una parte di me restava seduta a quel tavolo, davanti a un computer su cui i frattali avevano cominciato a danzare, un’altra si ritrovò su una spiaggia thailandese, tra cappellini di carta e tavolini dall’aria troppo fragile, festoni colorati e noci di cocco spezzate piene di liquore alla frutta, in attesa dell’onda.
Quando il telefono squillò ci misi un attimo a capire. Risposi in maniera automatica, assente. Non replicai, quando mio fratello mi disse chi era. Dovetti mormorare un borbottio d’assenso, distante.
– Gesù, Alberto, – dissi, sempre guardando le immagini sullo schermo (adesso l’acqua fagocitava un intero villaggio turistico: c’era una persona che provava a opporsi, aggrappandosi a un albero, e si sentivano le urla – e tutto era così instabile). – Stai guardando il TG? – domandai.
Alberto non rispose alla mia domanda. Stava parlando di qualcosa di serio, però, questo lo percepivo dal tono della voce. Quel tono pacato che usava quando affrontava argomenti drammatici. Il tono di un medico abituato a parlare con i suoi pazienti.
– Hanno trovato papà, – disse.

Arrivava sempre carico di regali. Noi, al rumore della macchina che ruggiva per superare la breve salita coperta di neve, ci precipitavamo alla finestra. Lasciavamo le impronte delle mani sui vetri e in pochi istanti i nostri fiati cancellavano lo spettacolo di quell’uomo di sessant’anni che nella luce bassa dei lampioni del cortile sorrideva – sapeva che eravamo lì a guardarlo, e chissà cosa pensava, cosa gli si accendeva, dentro il petto –  mentre scaricava pacchi colorati dal baule della Volvo.
Nessuno gli correva incontro, quando entrava. Avrebbe significato dargli una soddisfazione troppo grande. Entrava e nascondeva i regali nello sgabuzzino, poi veniva da noi, in salotto, e si sedeva sul divano, in attesa della nostra scena. Sempre la stessa. Ogni anno.
– E i regali? – domandava mio fratello.
Lui allargava le braccia e girava i palmi verso l’alto. – Quali regali? – chiedeva a sua volta con un mezzo sorriso.
Poi si sbottonava il giaccone pesante e infilava la mano destra – quella dove portava l’anello d’oro che era stato di suo padre – nella tasca interna. Ne tirava fuori una chiave. La chiave della Volvo, quella con lo scudo e la lancia. Il simbolo di Marte, avrei scoperto molti anni dopo.
La soppesava, scrutandoci per qualche istante. Poi chiamava la mamma: – Elisa! – urlava con la voce impostata. – Chi è stato il più bravo, oggi?
Mia madre – che era rimasta in cucina fino a quel momento – si avvicinava e si fermava a guardarci appoggiata allo stipite della porta. Le braccia conserte, sorridente, il filo di fumo della Muratti che si alzava come un nastro sottile.
– Al solito, – diceva. – Nessuno.
Mio padre faceva la faccia costernata e fingeva di rimettere la chiave in tasca.
– No! – urlavamo. – No, dalla a me!
Lui guardava sua moglie e poi prendeva quello di noi che gli era più vicino. Se lo avvicinava al petto – e allora, se eri tu il fortunato, potevi sentire la miscela di tabacco nero e acqua di Parma che era il suo odore – e gli consegnava la chiave.
– Mettiti il giubbotto, – diceva. – E va’ a dare un’occhiata nel baule.
Il prescelto schizzava a prendere il giubbotto appeso nel corridoio, passando così veloce accanto alla mamma, che doveva scostarsi, per non essere travolta.
Correvi fuori – e quando uscivi dovevi strizzare gli occhi per il freddo che ti accarezzava il viso e per la luce moltiplicata dalla neve – e ci mettevi un secondo a raccapezzarti. Ti chiedevi cosa dovevi aspettarti di trovare in quel baule. Ormai lo sapevi – lo sapevi da anni – che non ci sarebbe stato nulla. Ma volevi credere che quell’anno sarebbe stato diverso. Che, questa volta, solo per questa volta, quando toccava a te, le cose sarebbero andate diversamente. Allora ti avvicinavi alla macchina, infilavi la chiave nella toppa – il metallo era gelato, e tutto il silenzio della vallata sembrava respirarti attorno – e aprivi il baule, con calma, con dolcezza. E, come sempre, non c’era nulla ad aspettarti. Un buio vuoto e profondo. Il Nulla.

Guidando, sull’autostrada – con quel paesaggio monotono, fatto di campi giallastri e magazzini riadattati a centri commerciali a scorrermi accanto, come un fiume di cose – non potevo evitare di pensare a quello che avevo visto al TG.
Tutta quell’acqua. E legno spezzato, fasciame, spazzatura. E la luce, la luce senza ombre delle telecamere non professionali. Quelle immagini prive di grana delle fotografie ricordo.
Ciò che mi aveva colpito di più, in quelle immagini, era come tutti sulla spiaggia apparissero impreparati. C’era qualcosa di grottesco, nel contrasto tra i turisti in pantaloncini hawaiani e creme a schermo totale – che sotto la luce trasformavano le facce in maschere di metallo – e quello che stava per accadere. In gruppetti di tre o quattro si additavano l’onda a vicenda, ignari. L’onda appariva innocua. Piccola, tutto sommato. Un paio di metri al massimo, e neppure troppo veloce. Una tragedia al rallentatore.

Poi arrivava per davvero, e si portava via tutto, e l’acqua sommergeva ogni cosa, come in un gigantesco bagno battesimale da cui tutto – sembrava – sarebbe dovuto uscire rinnovato. Pulito. Purificato.
Le cose irrompono, pensai. E dietro di sé, lasciano solo fango colloso, e rovine.
Dovetti fermarmi. Accostai lungo la corsia d’emergenza e mi passai una mano sulla faccia e poi tra i capelli, fino alla nuca, più volte, per frenare l’irruzione dei ricordi. Mi accesi una sigaretta, cercando di scacciare quelle immagini. E di non sentirmi coinvolto. Ma era più forte di me. Pensavo a tutti quelli che, ora, avrebbero aspettato: madri, mogli, figli, mariti. Padri. In attesa – di una chiamata, di un messaggio. O di un addio. Dopo quanto tempo una donna che attende diventa una vedova? Mesi? Anni?
Un grosso tir mi passò accanto spostando una massa d’aria che smosse la mia macchina.
E poi pensai a mia madre – che era in quella situazione da sei anni.

Alberto mi aspettava nella sala d’attesa dell’obitorio. Squallida quanto basta per farti entrare in confidenza con la morte e il passato e il deterioramento dei corpi. Ci salutammo senza enfasi e ci scambiammo i soliti convenevoli. Aspettammo, senza che nessuno venisse a chiamarci, per un tempo che ci apparve impossibilmente lungo. Alberto giocava con una sigaretta spenta, che si girava tra le dita. Si appoggiò all’unica finestra del locale, la fronte nascosta dall’avambraccio per proteggersi dal freddo di fuori.
– Sai cos’è che mi fa davvero incazzare? – mi chiese dopo qualche istante di silenzio.
Scossi la testa anche se non poteva vedermi.
Si voltò verso di me. – Non ne abbiamo parlato molto, in questi anni, eh? – sorrise, un po’ a disagio. Come se l’aver rivelato la nostra volontà di mettere a tacere la cosa, di nascondercela, fosse una colpa.
Scossi di nuovo la testa. – No. Non abbiamo parlato affatto, – dissi. Ma so cosa vuoi dirmi, avrei voluto aggiungere, so cosa ti fa incazzare. Lo so perché è quello che penso anch’io.
– Che se ne sia andato di sua volontà, – disse. – Ne sono sicuro.
Annuii. Se n’era andato, lasciandosi dietro solo quel buio nero e freddo in cui ci aveva immersi sei anni fa.
Mi avvicinai e gli poggiai una mano sul braccio. Lo strinsi. Mi sforzai di sorridere. – Ti ricordi lo scherzo che ci faceva sempre a Natale? – chiesi. – Quello del baule.
Lui annuì.
– Be’, – continuai, – penso che ci fosse tutto lui, in quel modo di fare. Che ci fosse già tutto.

Quando più tardi uscimmo – la luce fredda di quella fine d’anno sembrava rendere più nitide le cose – non sapevamo che dire. Eravamo imbarazzati. Eravamo combattuti tra il sollievo e – sì – la delusione. Il baule era vuoto, per l’ennesima volta. Ci guardammo senza far niente per un po’. Poi Alberto si chinò per accendere la sigaretta all’accendino che gli porsi, e quando sollevò la testa sorrideva con quel sorriso storto che, in quei giorni, avremmo indossato tutti per parlare della tragedia.
– Hai visto che casino, lo tsunami?

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One Response to Ecco il racconto

  1. Mario S. says:

    “C’è tanto in questo racconto, troppa roba. Roba che metterei in un romanzo” diceva P. Lagossi in tempi di scrittura creativa.
    Troppa materia che si muove. Materia che prova a perdere-prendere diversa forma.
    Un romanzo? Forse.
    Però quel freddo della storia l’ho sentito anche io. Come ho sentito l’odore di quel padre. Due valide- ottime ragioni per sedersi a scrivere e tirare fuori roba per un romanzo.
    O no? 😉

    mario s.

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