Baricco for dummies?

Io non amo Baricco. I suoi libri ( quelli che ho letto – i primi, quelli che hanno decretato il suo successo) non mi piacciono. Li trovo vuoti e banali (mai sciatti, devo dire). In effetti, concordo con l’analisi e il giudizio (spietato) che ne fa Ferroni (anche se non ho apprezzato il bailamme dell’anno scorso e ho trovato Sul banco dei cattivi, questo saldare conti privati in luogo pubblico, una caduta di gusto). E quando qualcuno, messo di fronte alla pochezza dei libri di Baricco, mi risponde con la frase canonica: “Però scrive bene” mi dispiaccio per lui. Sul serio. E non perché trovo stupida la frase (che, essendo estetica, non può essere stupida per definizione) quanto perché, è evidente, se trova che Baricco “scriva bene” non ha letto chi scrive bene davvero (nel senso implicito della frase); se Baricco scrive bene, La Capria che fa? Musica celestiale? E Silvio D’Arzo? Compone? E Rick Moody (per dire di uno che non soffre neppure la traduzione, al contrario di De Lillo a cui spesso non viene offerto un buon servizio dai traduttori)? O, per stare sul contemporaneo italiano, Carabba?
Ma allora, se Baricco è un così pessimo scrittore (cosa che non credo, il mio giudizio è più articolato), perché ha tanto successo? I suoi lettori sono tutti idioti? La mia fidanzata e madre di mio figlio, che stimo per la sua intelligenza e, spesso, penetrazione di giudizio, e che pure apprezza lo scrittore torinese, è un’idiota? No. Affatto. Il segreto del successo di Baricco è dovuto a una serie di circostanze e di scelte (a mio parere coscienti, da parte sua – per questo non credo sia un pessimo scrittore) molto precise, e che proverò ad analizzare qui di seguito. Prima, però, una necessaria digressione.
Sono in molti a pensare (qualche mese fa l’ho sentito dire da Claudio Gorlier, che l’attribuiva a sua volta a William Golding, ma mi sembra avere risonanze gramsciane) che il motivo per cui in Italia, il grande romanzo dell’Ottocento latita, è perché l’arte egemonica, quella da cui la borghesia e l’aristocrazia, l’élite insomma, attingevano e con cui corroboravano il proprio immaginario, prima di passarne le briciole al popolo, era l’Opera, il melodramma (nel giudizio di Golding, sembra esserci, implicito, un giudizio di valore da cui io, melomane in erba e fan del Puccini della Tosca, non posso che distaccarmi). Essendoci il melodramma l’élite italiana non aveva bisogno di rispecchiarsi nel romanzo. La teoria mi convince (non, ripeto, i suoi cascami, la teoria cioè che nel melodramma vada rintracciata anche la genesi dei soliti vizi italiani, la retorica, il gusto per il melò e l’azione bella ma gratuita, ecc.). Tanto più che può essere provato per converso. Infatti, lo scrittore di maggiore successo ai tempi di Puccini (e dei furori verdiani) fu Gabriele D’Annunzio. Il successo di D’Annunzio è dovuto al suo ricorrere a codici, stilemi, immagini e a un linguaggio (proprio come dettato, intendo) melodrammatico. Le dame che andavano in sollucchero per Puccini (e, quindi, per Illica e Giacosa), Mascagni, Verdi (e quindi Boito) non potevano che apprezzare Il Piacere. Stesso gusto per la frase lirica, stesso gusto un po’ sovraccarico e, perché no?, retorico, stessa amplificazione dei sentimenti (a rischio caricatura). Stesso gusto per la ricercatezza lessicale (e una spruzzata di sesso, che non guasta mai).
Bene. Cosa c’entra questo con Baricco? Ci arrivo, state tranquilli. Sappiamo tutti che Baricco è, di formazione, un musicologo. Ecco, io credo che Baricco abbia orecchiato la teoria di cui sopra e si sia detto:”Bene. Cosa deve fare, allora, uno scrittore, per essere il D’Annunzio contemporaneo”?(per la mia teoria non è importante che i fatti si siano svolti così, che la domanda sia stata posta in maniera così diretta). E la risposta era lì, a portata di mano, nell’immaginario dei suoi coetanei. Rifarsi, ancora una volta, alla musica. Ma quale? è ovvio, quella che più ha segnato l’immaginario dei quarantenni/cinquantenni di oggi, quella più nazionalpopolare (in senso gramsciano, quindi positivo), quella che, per forza di cose sentiamo più nostra e che è stata davvero egemone per almeno una decina d’anni: quella dei cantautori.
Ecco, la mia teoria è che Baricco abbia successo perché utilizza codici, stilemi e l’immaginario dei cantautori (in particolare De Gregori). Pensate a Novecento, che cos’è, se non una versione allungata di Pianista di piano bar? E la vocazione al gesto gratuito, agonico (per dirla con Ferroni) dei personaggi di Baricco non è la stessa che anima Bocca di rosa? e la continua fuga dalla morte (dalla stasi come pulsione di morte) che anima (in maniera un po’ meccanica) il protagonista di Seta, non è la stessa del cavaliere di Samarcanda? E, soprattutto, il tempo sospeso, irreale, senza agganci con la realtà, se non il suo ricreare un passato mitico, aureo, ma senza connotazioni, non è lo stesso nei romanzi di Baricco e in Geordie? O in Bufalo Bill?
E quel gusto per la frase tornita, il suo insistere sulla musicalità della frase, il suo lirismo, il suo poeticismo, la ricorrenza di quelle sentenze cariche di risonanze che mimano la saggezza, le ritornanze di periodi e paragrafi interi in funzione ritmica (come ritornelli), da dove provengono se non dal fatto che Baricco, in effetti, quando scrive, non fa che scrivere delle lunghe (ma non poi troppo, a pensarci) canzoni?
Ed ecco spiegato il successo. Baricco è stato adottato, in prima battuta, dai quarantenni non perché fossero degli idioti, ma perché trovavano in lui un codice riconoscibile, comprensibile, un linguaggio che li “faceva sognare” e, allo stesso tempo, ospitale, perché già conosciuto. Perché, per farla breve, la poetica di Baricco era una poetica che avevano assorbito da tempo e che, da tempo, avevano sposato, decretandone il successo.
E, giusto per sgombrare il campo da equivoci, il modo in cui ho presentato la decisione stilistica di Baricco (ripeto, credo nella sua volontà ma, come avrete capito, non è importante, ci muoviamo nel campo dell’agency) potrebbe farla apparire come una scelta furbetta, ruffiana. Non è così. Dire tra sé, voglio essere il D’Annunzio dei miei anni, può significare “voglio avere successo”, ma significa anche “voglio scrivere qualcosa in cui i miei contemporanei si riconoscano davvero”. Il punto, e qui concludo, è che non sempre (e D’Annunzio, ancora una volta, lo prova) ciò che funziona “in musica”, in una canzone, funziona anche nella letteratura. Anzi.

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7 Responses to Baricco for dummies?

  1. Fabio says:

    Torno ora dalla nostra cena e, dopo 60 km, leggo con interesse un argomento sul quale abbiamo già ampiamente discusso tra di noi. Io però Mario, focalizzerei l’attenzione su uno degli aspetti piu’ “inquietanti” del fenomeno: la costruzione a tavolino, precisa, mirata, chirurgica, fino al look dello stesso (e non mi riferisco solo al prodotto-libro ma al look dell’autore e di come si presenta).
    Tecnica del layout, hai presente?
    See ya!
    F.

  2. Louis says:

    Secondo me state veramente male…lo dico con il massimo della tranquillità, ma avete tutto questo tempo da sprecare per parlare di un autore? Perchè nel caso in cui lo volete veramente fare, cercate almeno do formulare delle critiche un pò più cotruttive e pertinenti !
    E poi basta cò ‘sta storia del layout, del romanzo costruito.
    Madame Bovary non è un romanzo scritto a tavolino?
    Dickens non era uno degli scrittori più commerciali del suo tempo(ha inventato il reading)?
    Non è un’apologia per Baricco, ma a favore dell’onestà intellettuale.

  3. viano says:

    Ciao Louis. Eh, il tempo, come potrai vedere dalla frequenza con cui aggiorno il blog, non è tanto, in effetti. E, peraltro trovo interessanti i tuoi esempi e stimolante la tua riflessione. Solo un paio di cose, per chiarire. Mi spiace che tu abbia preso un tentativo, parziale quanto vuoi, di capire un fenomeno come un giudizio di valore. Cosa c’entra il layout, o il costruire a tavolino? (ammesso che questi siano giudizi sprezzanti): io parlo delle ragioni del successo, dell’aver sposato un linguaggio già pronto: e questo è innegabile che l’abbia fatto. E altra cosa. Voi chi? Chi starebbe male?

  4. “E non perché trovo stupida la frase (che, essendo estetica, non può essere stupida per definizione)”

    non ho capito come una frase “estetica” possa essere “stupida per definizione”. non riesco a capirlo, davvero.

    ciao

    g.

  5. viano says:

    @ giorgio: ma io ho scritto il contrario: che “essendo estetica” una frase non può essere stupida per definizione. Ovvero che, avendo a che fare col gusto – nel senso comune, almeno – non può essere stupida.

    ciao

    Mario

  6. mario, perdonami.
    nel rincoglionemnto serale ho letto “essendo estetica, non può CHE essere stupida ecc.”. e sì che l’ho anche ricopiata giusta.
    devo dormire di più.

    ciao

    giorgio

  7. Giuseppe says:

    Ma annatevene a morì ammazzati, voi e Baricco!

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