Un libro precario

Ho letto questo libro. Dire che non mi è piaciuto sarebbe banale (e personalistico). Dire che mi ha deluso si avvicina di più a cogliere l’essenza di quello che ho provato. Ne ho letto infatti benissimo (un po’ dappertutto). E, anche se non mi è mai piaciuta la facile dietrologia, queste lodi sperticate mi sanno tanto di dovere pagato a uno che conta. Il libro di Desiati doveva essere un capolavoro, o comunque un bel libro. Se non lo è, ci tappiamo il naso e facciamo finta che lo sia comunque. Non ci credete? Il romanzo è scritto male, con una commistione ingenua e poco controllata di lirismi da quattro soldi, desuetudini e preziosismi (del tutto incoerenti con il vissuto del personaggio, ma tant’è, non ho mai difeso la coerenza a tutti i costi) e gergalismi. Sciatto nel suo volere essere ricercato. E, quel che è peggio, il mondo del precariato che vi dovrebbe essere descritto è reso senza partecipazione, né scavo, limitandosi a una visione superficiale e tutta dentro la vulgata. Il finale poi, con questa agnizione che fa il verso al miglior Trevisan, è terribile, di un’ingenuità pazzesca (si veda la facile soluzione del cambiare di colpo punto di vista e voce narrante).

Che dire? Leggetelo e giudicate voi. Ditemi, tra l’altro se tutta questa rabbia che i critici vi hanno letto, l’avete trovata, sotto i parafernalia un po’ triti del postmoderno americano (l’autore prende un po’ da tutti, da De Lillo a Easton Ellis). Io, no. Vi ho letto la solita tendenza italiana a ridurre tutto, ma proprio tutto, compreso il disagio e la rabbia che segnano, almeno in parte, la nostra epoca, a una faccenda personale. Il privato che prevale sul pubblico, ancora una volta, come nel peggior Muccino.

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2 Responses to Un libro precario

  1. Giò says:

    Grazie, non sai come avevo bisogno di preghiere da aggiungere al mio rosario quotidiano.
    Buon lavoro

  2. ellepi says:

    totalmente condiviso

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