Accendo la TV. Su Ballarò – una volta tanto che il mio televisore mi fa vedere raitre – e trovo Zucconi che, con la sicumera irritante dell’uomo di mondo – e il sorrisino di sufficienza di prammatica – afferma: vivere al di sopra dei propri mezzi e comprare più di quanto ci si possa permettere ormai è necessario sennò torneremmo all’economia dei nostri nonni. Peccato che i nostri nonni – e i nostri genitori – vivendo al di sotto dei propri mezzi, risparmiando e producendo, abbiano costruito un’economia, si siano comprati delle case, ci abbiano nutrito e fatto studiare. E, soprattutto, peccato che l’affermazione non sia vera. Non è necessario. Nulla è necessario in economia (a meno di non essere davvero accecati da un’ideologia che sconfina spesso nel fideismo e credere davvero nella mano invisibile di Smith). L’hanno fatto diventare necessario. Read the rest of this entry »
Ciò che sono capace di fare
August 29, 2008Da qualche giorno sono alle prese con un lavoro che non avrei mai pensato di fare. E mi piace, accidenti, mi piace un sacco. Ma quello che è strano, quello che mi fa pensare è scoprire, di volta in volta, quanto sia elastica la mia – attenzione attenzione, sto per usare una parola impegnativa – la mia etica, ecco. Qualche tempo fa ho dovuto scrivere, riportandole fedelmente, le opinioni politiche di un personaggio (che non cito a ragion veduta) che mi riempivano di schifo, e tristezza. E ora questo. Mi difendo pensando che mi resta l’etica del lavoro. E, forse, non è così poco.
Un classico tremendamente noioso
August 29, 2008Dracula, da bravo figlio del periodo vittoriano, ha più a che fare con la corruzione che con la violenza. Considerazione banale, lo so, ma necessaria.
Certi giorni, la mia vita sembra una sit-com
April 23, 2008Ieri ho conosciuto Ferruccio Parazzoli. Avevo a disposizione l’eminenza grigia del postmoderno italiano. E abbiamo parlato del tempo.
Gabbiani
March 21, 2008Comunque, a me, che ci siano i gabbiani, nel cielo di Torino, non mi va giù.
Chi l’ha scritto?
November 30, 2007Chi ha scritto questa recensione al libro di Bugaro?
“ Romolo Bugaro ottenne qualche successo un paio di anni fa (ma con questo rumore di fondo, in effetti, sembrano due secoli), grazie alla ghenga Ballestrini & co., che cercava disperatamente gli eredi dei Cannibali, per evitare di essere cannibalizzata dall’inesorabile antropofago: il Tempo. Che Ballestrini abbia le pile scariche, lo si è capito da fantastiche operazioni come la prefazione al libro-cd di Lello Voce, uscito nella collanina poetica di Bompiani, dove il già passatello cabarettista napoletano viene definito “il migliore tra i poeti della nuova generazione”, soltanto perché sforna emistichi inneggianti alla lotta contro la globalizzazione. Ma chi è più globalista di Ballestrini? Forse Barilli, che però fa parte della ghenga anch’egli…
Bugaro, poverino, è rimasto intrappolato dall’operazione di sordido maquillage delle ex-neo-avanguardie. Fosse vivo Fortini, avrebbe visto una clamorosa conferma alle sue profezie di Verifica dei poteri: in effetti, si trattava di un ritratto premortem di Ballestrini stesso. Bugaro non ha la perfida coscienza del suo cattivo maestro: ha soltanto un buon talento a sciorinare una lingua innovativa soltanto dal punto di vista lessicale. E’ un po’ poco per fare lo scrittore: ma oggi è più di quanto ci si possa aspettare (per esempio da gente come Ammaniti, da Brizzi o dalla stessa Ballestra). Ora Bugaro, dopo avere fatto finta di porre la critica alla brava e buona gente della nazione, ci racconta una vicenda che, secondo gli attuali parametri della stentorea narrativa italiana, è plausibile: il che significa che si tratta di una trama noiosa, improbabile, con parecchie strizzatine d’occhio all’attualità. La più vistosa tra queste strizzatine è la vicenda della moglie di un’assurda personalità alienata, che trova rifugio in una sètta improponibile. Apriti cielo (ma il cielo non si apre mai, giacché, come Dio, per Ballestrini e ghenga il cielo è morto)! Incomincia una noiosissima gimkana tra droga e altri amoro. Il tutto per dire che la vita, oggi, fa schifo. E’ vero: la vita di oggi è schifosa, tranne quella di Ballestrini, che se la gode come un Papa rinascimentale.“
Sentito che livore? Che rabbia nei confronti dei “papi della critica di sinistra”? Chi, allora? Angelini? Binaghi? Il buon Iannozzi? O il Parente di nessuno?
La risposta nei commenti…
Un libro precario
October 20, 2007Ho letto questo libro. Dire che non mi è piaciuto sarebbe banale (e personalistico). Dire che mi ha deluso si avvicina di più a cogliere l’essenza di quello che ho provato. Ne ho letto infatti benissimo (un po’ dappertutto). E, anche se non mi è mai piaciuta la facile dietrologia, queste lodi sperticate mi sanno tanto di dovere pagato a uno che conta. Il libro di Desiati doveva essere un capolavoro, o comunque un bel libro. Se non lo è, ci tappiamo il naso e facciamo finta che lo sia comunque. Non ci credete? Il romanzo è scritto male, con una commistione ingenua e poco controllata di lirismi da quattro soldi, desuetudini e preziosismi (del tutto incoerenti con il vissuto del personaggio, ma tant’è, non ho mai difeso la coerenza a tutti i costi) e gergalismi. Sciatto nel suo volere essere ricercato. E, quel che è peggio, il mondo del precariato che vi dovrebbe essere descritto è reso senza partecipazione, né scavo, limitandosi a una visione superficiale e tutta dentro la vulgata. Il finale poi, con questa agnizione che fa il verso al miglior Trevisan, è terribile, di un’ingenuità pazzesca (si veda la facile soluzione del cambiare di colpo punto di vista e voce narrante).
Che dire? Leggetelo e giudicate voi. Ditemi, tra l’altro se tutta questa rabbia che i critici vi hanno letto, l’avete trovata, sotto i parafernalia un po’ triti del postmoderno americano (l’autore prende un po’ da tutti, da De Lillo a Easton Ellis). Io, no. Vi ho letto la solita tendenza italiana a ridurre tutto, ma proprio tutto, compreso il disagio e la rabbia che segnano, almeno in parte, la nostra epoca, a una faccenda personale. Il privato che prevale sul pubblico, ancora una volta, come nel peggior Muccino.
Scrivere il mistero
September 3, 2007Tre delle ultime serie tv americane di successo, Lost, Desperate housewives e Jericho – tre serie che hanno fatto gridare al miracolo, unendo critica e pubblico, per la qualità della scrittura, hanno, al centro, come nocciolo duro, il mistero. Non un mistero ma il mistero. E’ come se gli sceneggiatori americani – e con loro il pubblico, che li segue e apprezza – sentissero il bisogno di confrontarsi con ciò che è oscuro, con le spiegazioni che nascondono – come in un doppio fondo senza fine – altre spiegazioni, in un gioco di specchi che apre prospettive vertiginose (è il caso di Lost). Troppo facile pensare che sia una naturale reazione all’11 settembre. La dietrologia, come insegna De Lillo, è uno schema rassicurante di visione del mondo. Il mistero che sta alla base di serie tv seguite e apprezzate aiuta a gestire il mistero che sta dietro alla ferita del mondo reale. Ma c’è anche altro, una capacità degli sceneggiatori americani di far propria una visione del mondo propria ad alcuni grandi scrittori (De Lillo, appunto, o Thomas Pynchon). Volgarizzandola, certo, tradendola, in parte ma comunque assimilandola. Viene da chiedersi quando accadrà anche da noi. Quando i nostri sceneggiatori tv sapranno prendere quello che c’è di buono in un Carofiglio e in De Cataldo (per dire) e saranno in grado di farlo proprio (e tradirlo, nel caso).
Intanto, aspettiamo di vedere Heroes, per vedere confermata o smentita questa teoria.
Posted by viano
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