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	<title>preghiere contemporanee</title>
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	<description>la lettura quotidiana dei blog è la preghiera dell'uomo contemporaneo</description>
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		<title>preghiere contemporanee</title>
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		<title>La cosa più allarmante del Grande Fratello</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 21:43:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>viano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come si è diffusa, questa retorica della sincerità che riempie di sé tutti i reality &#8211; in tutte le varianti? L&#8217;accusa peggiore &#8211; mossa in un luogo che fa dell&#8217;apparenza la sua stessa ragione d&#8217;essere &#8211; è quella di non essere sinceri. E la sincerità &#8211; e il suo lato meno comprensibile, per un vecchio [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viano.wordpress.com&blog=1409821&post=64&subd=viano&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Come si è diffusa, questa retorica della sincerità che riempie di sé tutti i reality &#8211; in tutte le varianti? L&#8217;accusa peggiore &#8211; mossa in un luogo che fa dell&#8217;apparenza la sua stessa ragione d&#8217;essere &#8211; è quella di non essere sinceri. E la sincerità &#8211; e il suo lato meno comprensibile, per un vecchio piemontese come me, l&#8217;emotività &#8211; rovesciata nel suo opposto: un&#8217;esibizione autoptica dei propri, reali o meno, sentimenti, quasi che, proprio nella chiusura, nell&#8217;interiorità, si nascondesse la minaccia più grave contro di essa: infatti, la sincerità, senza un pubblico, non esiste.</p>
<p>Questa è certamente una spiegazione. Quella più banale &#8211; ma non meno vera &#8211; è semplicemente di coerenza con l&#8217;assunto: il reality si nutre di realtà; il pubblico premia i sinceri, l&#8217;ipocrisia viene smascherata, bla bla bla. Dunque ci troveremmo di fronte &#8211; sebbene possa risultare capzioso &#8211; a una sincerità strumentale.</p>
<p>Quale che sia la spiegazione giusta, resta il problema che i reality diffondono, tra le altre cose che non mi piacciono, un&#8217;idea fracassona e esibita della sincerità &#8211; una sincerità che va sbattuta in faccia, come un&#8217;arma impropria. La vita &#8211; per noi introversi, per noi orsi, per noi timidi &#8211; si fa sempre più dura.</p>
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		<title>Il fantasma</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Aug 2009 09:54:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>viano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il compito più difficile per chiunque scriva &#8211; per chi ha scritto, per chi sta scrivendo, per chi vuole scrivere &#8211; è precisarsi a se stessi, darsi una forma, mettersi a fuoco &#8211; per usare un&#8217;immagine della fotografia. Chiunque scriva, infatti, è abitato da un&#8217;ombra, da un fantasma.
Questo altro da sé, questo ospite interiore &#8211; [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viano.wordpress.com&blog=1409821&post=61&subd=viano&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Il compito più difficile per chiunque scriva &#8211; per chi ha scritto, per chi sta scrivendo, per chi vuole scrivere &#8211; è precisarsi a se stessi, darsi una forma, mettersi a fuoco &#8211; per usare un&#8217;immagine della fotografia. Chiunque scriva, infatti, è abitato da un&#8217;ombra, da un fantasma.<span id="more-61"></span></p>
<p>Questo altro da sé, questo ospite interiore &#8211; ancora privo di forma, fluido ma imperioso, presente &#8211; è lo scrittore che potrebbe essere. Che potrebbe e ancora non è. Lo scrittore potenziale. In effetti, lo scrittore &#8220;platonico&#8221;.</p>
<p>Scrivere, in effetti, vuol dire tradire. Esordire, o, meglio, scrivere la prima parola del proprio primo racconto &#8211; o romanzo, o commedia, poco importa &#8211; è un gesto violento, che presuppone coraggio e ferocia. Chiunque scriva ha, in mente, una voce &#8211; una storia, dei fatti, dei personaggi ma, soprattutto, un suono &#8211; e quando si prova a metterlo per scritto, a fermarlo, non può far altro che tradirlo. Impoverirlo. Dando corpo &#8211; non importa se materico o elettronico &#8211; tempo e concretezza a quanto, fino ad allora, è rimasto imbozzolato nel regno puro delle idee, non può che fargli violenza &#8211; una violenza necessaria, non dissimile dalla violenza del parto.</p>
<p>Così come tradiamo la voce, scrivendo tradiamo anche il fantasma che ci abita &#8211; lo scrittore che potremmo essere e che, una volta messa giù la prima parola, fatalmente non saremo più. Con maggiore o minore scarto &#8211; saremo un&#8217;altra cosa. Ma il fantasma resterà lì, inattingibile, per quanti sforzi possiamo fare per avvicinarvici, disturbante, a tratti minaccioso, sempre incalzante. Viverci insieme è la nostra condanna. Ascoltarne la voce, di quando in quando &#8211; e provare a imitarla con i nostri poveri mezzi, tradirla come un imitatore di scarso talento &#8211; il nostro privilegio.</p>
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		<title>Sul talento, l&#8217;ispirazione e il popolo (il primo Verdone e Stig Dagermann)</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Jun 2009 12:19:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>viano</dc:creator>
				<category><![CDATA[testi]]></category>
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		<description><![CDATA[Ci sono artisti che hanno bisogno di un contatto diretto con il reale, per dare il meglio di sé. Hanno, quando va bene, un contatto diretto con il popolo (parola fuori moda che sta per: il ceto della gente che lavora ) al limite, sanno gettare delle occhiate, sguardi rapinosi, nella vita. Quando smettono di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viano.wordpress.com&blog=1409821&post=58&subd=viano&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Ci sono artisti che hanno bisogno di un contatto diretto con il reale, per dare il meglio di sé. Hanno, quando va bene, un contatto diretto con il popolo (parola fuori moda che sta per: il ceto della gente che lavora ) al limite, sanno gettare delle occhiate, sguardi rapinosi, nella vita. Quando smettono di farlo, si perdono, letteralmente, inaridiscono &#8211; allora vedi la fatica, il girare a vuoto.<span id="more-58"></span><br />
E’ il caso del primo Verdone. Quello dei primi tre film, per intenderci. Quello delle maschere, per capirci, delle macchiette. Film senza grandi pretese, all’apparenza. E non voglio certo negare che siano film d’intrattenimento. Eppure, in questi filmetti – girati in maniera sciatta, senza un’idea di regia, senza fotografia, con sceneggiature un po’ così – ci sono dei lampi di vita vera e, per questo, ci piacciono. Basti prendere il Leo di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=wNRbpqoF--0&amp;feature=PlayList&amp;p=BF879AB472C0EE88&amp;playnext=1&amp;playnext_from=PL&amp;index=34" target="_blank">Un sacco bello</a> – il vero protagonista, di un Sacco bello. Cosa fa di lavoro, ve lo ricordate? Ve lo dico io: l’elettrotecnico. Aggiusta radio e stereo. E si è diplomato alla Scuola Radio Elettra (si vede il diploma appeso sulla parete, con un orgoglio tutto strapaesano per il pezzo di carta quale che sia). Ed è, quella di Verdone, di farne un diplomato Radio Elettra, una scelta perfetta. Leo è, in effetti, un borderline. Noi ridiamo, di lui – ma dovremmo provarne pena. E la Scuola Radio Elettra era, ai miei tempi ancora (ne ricordo la pubblicità sui Topolini di inizi anni ‘80) l’ultima chance, la scuola privata dei perdenti. Come Leo. Dunque, un frammento di reale, di vera vita dei ceti popolari. Ma voglio dire di più: l’apologo di Leo e MariSol (apologo sì, dai chiari intenti morali) racconta il conflitto, l’incomunicabilità tra una classe di intellettuali internazionalisti e anticonformisti – cosmopoliti – e le classi popolari. Analisi conservatrice e paternalistica quanto volete – e amara – ma che ci dice, già allora, un sacco di cose sulla sconfitta della sinistra.<br />
Bene. Verdone non era certo di origini popolari. Il padre era un critico famoso e lui ha sempre bazzicato il mondo del cinema romano (di suo, certo, molto popolare ma anche ricco). Ma, forse in virtù della sua giovane età, sapeva cogliere dei frammenti delle vite dei lavoratori romani – e italiani. Col tempo, via via che invecchiava, diventava ricco e famoso e fatalmente si allontanava dal reale, questa capacità di sguardo l’ha persa. E i suoi film sono diventati pallide imitazioni della commedia sofisticata che sentiva di dover fare ma non aveva i mezzi per fare. E in Borotalco si sente. Cos’è, infatti, se non la storia di una resistenza, grazie all’immaginario, all’imborghesimento del mondo, della vita? E quanta verità c’è in quel “Il sale grosso, grosso, no fino!” con cui si chiude il terzo atto del film, frase che ha in sé tutta la prosaicità opaca della vita “tinello-camera-cucina”?</p>
<p>Tutto questo per dirvi di Stig Dagermann, di cui ho letto, con imperdonabile ritardo, i racconti pubblicati da Iperborea, solo la settimana scorsa. Nella sua introduzione – bellissima – Goffredo Fofi mette la perdita dell’ispirazione tra le cause del suicidio dello scrittore – perdita dovuta all’improvvisa ricchezza e fama. Sembra una frase fatta, banale, ma poi leggi tutti i racconti fino all’ultimo, postumo, A casa della nonna. E vedi e senti e percepisci che, davvero Dagermann si era esaurito, disseccato che, non potendo raccontare di ciò che sapeva (e che non sapeva più) perde lo sguardo, perde la mano. Lo senti in maniera così netta che ti fa male, ti strazia. Come certi suoi racconti – questi sì riusciti – in cui il destino dei personaggi ti colpisce proprio perché ineludibile, già scritto, così pericolosamente vicino al cliché da ambire all’universale: ecco lo scrittore proletario che, un volta arricchitosi, perde l’ispirazione.</p>
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		<title>Il mio tempo libero</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Feb 2009 16:53:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>viano</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><img class="aligncenter" title="Rullo" src="http://static-p3.fotolia.com/jpg/00/11/43/74/110_F_11437433_VrUXTdfQpRMuxEYh0qH0vnq4qEFYg2V2.jpg" alt="" width="110" height="110" /></p>
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		<title>Una mattina mi son svegliato&#8230;</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Feb 2009 15:35:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>viano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi, mi sono svegliato in un paese fascista. Fascista, sì. Senza mezzi termini. In due soli giorni, il governo ha stabilito la supremazia delle gerarchie religiose sugli organi dello stato e abolito, di fatto, la divisione dei poteri. Ha legalizzato le squadracce. Ha stabilito la schedatura dei senzatetto -che così diventano dei criminali per definizione [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viano.wordpress.com&blog=1409821&post=54&subd=viano&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Oggi, mi sono svegliato in un paese fascista. Fascista, sì. Senza mezzi termini. In due soli giorni, il governo ha stabilito la supremazia delle gerarchie religiose sugli organi dello stato e abolito, di fatto, la divisione dei poteri. Ha legalizzato le squadracce. Ha stabilito la schedatura dei senzatetto -che così diventano dei criminali per definizione &#8211; abolendo in questo modo l&#8217;uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Infine ha imposto, per legge, l&#8217;obbligo alla delazione anche contro la deontologia.</p>
<p>Fascismo. Fascismo. Fascismo.</p>
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		<item>
		<title>Un racconto (gite e sigarette)</title>
		<link>http://viano.wordpress.com/2009/01/22/un-racconto-gite-e-sigarette/</link>
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		<pubDate>Thu, 22 Jan 2009 08:33:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>viano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Possono passare pomeriggi interi, prima che si scambino una sola parola. Se lui è in casa – senon è via per uno dei suoi mille inpegni, lavori – si incrociano per le stanze – che a quell’ora sono piene di luce – e si sfiorano, senza aprire bocca.
Da quando è arrivata la madre di lui, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viano.wordpress.com&blog=1409821&post=51&subd=viano&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Possono passare pomeriggi interi, prima che si scambino una sola parola. Se lui è in casa – senon è via per uno dei suoi mille inpegni, lavori – si incrociano per le stanze – che a quell’ora sono piene di luce – e si sfiorano, senza aprire bocca.</p>
<p>Da quando è arrivata la madre di lui, è anche peggio. Lei dorme nella stanza di Michele. La stanza che era di Michele. Passa le giornate a sonnecchiare sulla poltrona – una rivista di storie femminili aperta in grembo e gli occhiali da presbite che le scivolano sul naso. E lei si sente a disagio. Come se quella presenza, lì, in quella stanza, bloccasse i suoi movimenti, la costringesse a parlare ancora più sottovoce, a non fare nemmeno i piccoli rumori delle incombenze quotidiane. Sono tre giorni che non passa l’aspirapolvere.</p>
<p>“Tua madre dovrebbe fare un bagno” dice.<br />
Lui alza gli occhi dal giornale, si stringe nelle spalle.<br />
“Dovresti dirlo a lei, questo, no? Se pensi che ne abbia bisogno”. Francesca vorrebbe dirgli dell’odore penetrante di lei, un misto di sudore e fatica. Di ormoni decaduti e scarsa pulizia. Un odore che sa di cose polverose e dimenticate, ma non sgradevole. Non del tutto, almeno. Poi lui si alza dal tavolo – lasciandosi dietro un caos di briciole, fette biscottate all’avena mezzo mangiucchiate, barattoli di marmellata aperti e una tazzina di caffè piena di un fondo cremoso, giallastro.<br />
Si avvicina per darle un bacio, di sfuggita. “Adesso devo proprio andare” dice. Lei sta guardando fuori della finestra, il tronchetto delle felicità della dirimpettaia. E’ cresciuto fino a superare i due metri. Vorrebbe sapere come fa. Si chiede perché le sue piante muoiano sempre dopo poco tempo. Annuisce piano, come tra sé, alle parole di lui.<span id="more-51"></span></p>
<p>Ieri, al mercato ha incontrato Ludmila. Si è fatta spiegare come fare il bagno a una donna anziana. Ludmila è stata precisa, netta, con quel suo accento che sembra caricare le parole di chissà che. Davanti a un caffè le ha spiegato che è tutta questione di far attenzione a non scivolare. E di bilanciare i pesi. E’ una questione di equilibrio, ha detto, tutta seria, leccando il cucchiaino per suggerne l’ultima particella di caffè.</p>
<p>Quando le comunica l’idea del bagno – lo fa con diplomazia, con quello che le sembra diplomazia, un miscuglio di vezzi e tono scherzoso, che trova, lei per prima, stucchevole – la suocera annuisce con calma.<br />
“Sì” dice, “mi ci vuole un bel bagno”.</p>
<p>Si spoglia da sola con lentezza, finché può. Le grosse dita gonfie slacciano i bottoni della blusa di cotone. Fa anche per mettersi in piedi in modo da poter far scorrere la cerniera laterale della gonna ma ricade seduta dopo poco. Si lamenta, senza piagnucolii, del dolore alle gambe, della loro debolezza. Proprio lei. Francesca si avvicina e con calma le sfila prima la gonna e poi i lunghi collant scuri. Il primo sguardo su quella carne bianca, molle, marezzata di vene violacee contorte come radici, le fa male. Si chiede, più volte, se sarà così anche lei. Se è quello, il futuro. Poi si fa forza e l’aiuta a camminare fino al bagno, le dà il braccio per immergersi, cercando di pensare solo all’equilibrio, alle forze in gioco.<br />
Il bagno è già pieno di vapore che sale.</p>
<p>Mentre le strofina la schiena, le viene naturale studiare le rughe profonde che le solcano la pelle scura alla base del collo. Sembrano tracciare un disegno, una mappa. Ci passa più volte la spugna, come potesse cancellarle (come volesse cancellarle) ma le danno la forza di farle quella domanda.<br />
“Hai viaggiato, molto, vero, Anita?”<br />
Anita ride, con quella sua risata grassa che le fa scuotere le grandi mammelle pendule, che le scardina la bocca.<br />
“Gesù” urla, quasi “Quando avevo sedici anni me ne sono andata di casa” volta un po’ la testa, per quello che può, per cercare lo sguardo della nuora, ma lei è intenta strofinarle la schiena (le sembra che lì l’odore sia più persistente, bloccato nelle grandi macchie della vecchiaia). Così rinuncia e continua a parlare rivolta al nulla – o forse al suo riflesso nell’acqua, dove la schiuma si apre.<br />
“E sono venuta a Vercelli. A fare la mondina. Una delle ultime, eh. Lì ho conosciuto Guido, il mio primo marito. Poi quando è nato Carlo, il fratellastro di Alberto, sono partita di nuovo. L’ho messo a baglia e sono andata in Svizzera.”<br />
Adesso il suo tono è cambiato. Sembra immersa in quello che racconta. C’è una forza diversa nelle sue parole.<br />
“Ero a servizio da una famiglia di svizzeri italiani. Avevano una scalinata di marmo che&#8230; beh, lavarla tutta era una faticaccia. Almeno tre secchi di acqua e lisciva. Poi sono partita di nuovo, dopo un paio d’anni” muove il braccio nudo nell’aria, con un gesto che indica noncuranza. O forse vuole dire qualcos’altro, qualcosa di più nascosto, “Dovevo muovermi, capisci?” non aspetta la risposta di Francesca. “E sono andata in Germania. Lavoravo in una fabbrica dell’Audi.” Ride di nuovo al pensiero, ma questa volta sussulta appena, come ridesse tra sé. O come se a ridere fosse una se stessa più giovane, più discreta e femminile. Segreta. Sepolta.<br />
“Dormivamo, tutte noi donne, in una baracca che veniva da un campo di concentramento. Sai, i tedeschi non ci andavano tanto per il sottile. Però è stato il periodo più bello. Ballavamo, su quei pavimenti di legno, fino a farli diventare lucidi”.<br />
Adesso Francesca si è spostata per lavarla anche davanti. Anita vorrebbe dirle che non ce n’è bisogno, che lì può fare da sé. Ma non dice nulla. C’è qualcosa nell’abnegazione della nuora che le fa capire che lo sta facendo più per sé, che per lei. Continua a raccontare, invece.<br />
“Quando è nato Alberto, è andato a baglia pure lui. Mica potevo portarlo in fabbrica, no? e poi in collegio” Si ferma un attimo. Mette a fuoco qualcosa che vede soltanto lei, “Ma andavo a trovarlo più spesso che potevo, eh? Tutti e due, andavo a trovarli”.<br />
Francesca non dice nulla. Passa e ripassa la spugna sempre sugli stessi punti. Non dice nulla ma, nella sua testa, è scattato un interruttore. Una voce, come un mantra, ripete: ecco perché, ecco perché.<br />
Anita continua il suo racconto. La Francia, e poi di nuovo la Svizzera, come operaia specializzata, questa volta.<br />
Poi all’improvviso, si ferma.<br />
“E tu? Hai mai viaggiato, tu?”<br />
Francesca è presa alla sprovvista. No, non ha viaggiato, molto, lei. Non sa perché. Per spiegarlo, dovrebbe raccontare di una bambina che aveva la fame di tranquillità di un’orfana – così le aveva detto sua madre, un giorno. Di una bambina che mendicava stabilità. Della volta che pianse, perché doveva cambiare asilo. Scuote la testa e raccoglie le labbra sottili in quella smorfia che la fa assomigliare a un topolino, secondo Alberto.<br />
“No” dice. “Non mi piace molto viaggiare”.<br />
Anita annuisce. Poi, all’improvviso, sorride, complice.<br />
“Ce l’hai una sigaretta?”.<br />
Francesca non fuma, sta per dire di no, ma poi si ricorda che Alberto tiene un pacchetto per le emergenze nel comodino. Le fa cenno di aspettare e corre in camera loro. Apre il cassetto e cerca le sigarette. Le capita in mano una sua vecchia foto di quando aveva sedici anni. Gliel’ha scattata suo padre, davanti a quella casa, che era stata dei suoi, prima, nel cortile. Le sembra che simboleggi un sacco di cose. La mette via. Prende il pacchetto e un accendino di plastica, torna da Anita, raggiante, il pacchetto esposto nella mano sollevata, un sorriso di trionfo stampato in viso.<br />
Anche Anita sorride.</p>
<p>Più tardi, mentre la asciuga (l’ha avvolta in asciugamani vecchi, paurosa delle conseguenze se l’odore non se ne fosse andato) continuano a parlare. A un certo punto Anita la guarda, strizzando gli occhi per la troppo luce – dolciastra adesso che il sole sta calando – e le fa quella domanda. Quella che Francesca si aspettava da giorni.<br />
“Non va molto bene, con Alberto, vero?”<br />
Francesca tira un sospiro, le pare di essersi tradita, vorrebbe negare. Ma lo sguardo di Anita invita a lasciarsi andare. Non giudicherà.<br />
“Vuole partire, adesso. Gli hanno offerto un posto in Romania: deve insegnare a operai locali a usare le macchine a controllo numerico di nuova generazione. Io non voglio” Scuote  la testa, con il taglio di capelli e lo sguardo da bambina, “E’ appena tornato” conclude.<br />
“Ha preso la mia irrequietezza” dice Anita.<br />
Francesca vorrebbe dirle che ha preso anche il suo egoismo, la sua indifferenza. L’incapacità di perdonare e di allungare la mano per primo. Anche l’ospitalità verso quella madre malata è solo un dovere verso il fratellastro, non verso di lei, troppo colpevole, ai suoi occhi.<br />
Anita stringe di più gli occhi, due tagli, adesso. E’ concentrata sulle volute di fumo che ancora addensano l’aria.<br />
“Partirà comunque” sospira. Poi, più dolce, più attenta, rivolta a Francesca. “Lascialo andare”.<br />
Francesca annuisce.<br />
“Sì” mormora. “Sì. Lo farò”</p>
<p>Da quel giorno, parlano tutti i pomeriggi. Anita racconta il suo passato. I viaggi di lavoro e quelli di piacere – le gite, come le chiama lei: le racconta di un gruppo di operaie sui quaranta, di tutte le nazioni europee (di quelle povere, di quelle che producono emigranti) in gita a Parigi, nel ’75. Della tour Eiffell usata come l’ago di una bussola, per orientarsi, da un gruppo di signore che sapevano appena leggere nelle loro, di lingue, e che non facevano che ridere, quando provavano a chiedere informazioni. Le racconta le risate, i fiatoni, la puzza di certi vagoni e la vergogna di certi cessi comuni. Francesca ascolta, attenta a cogliere gli spazi, dentro quelle parole. A cogliere la genesi della sua situazione attuale nelle sfumature, nelle pause. A percepire la stanchezza e la libertà.<br />
Ogni tanto, dividono una sigaretta.</p>
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		<title>Post natalizio: Giorgio Vasta, il gioco della bottiglia e lo stato dell&#8217;editoria italiana</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Dec 2008 14:26:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>viano</dc:creator>
				<category><![CDATA[testi]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho letto questo libro. C&#8217;è qualcosa di metallico e scintillante &#8211; come il lampeggiare di uno strumento affilato ma anche pericoloso, sempre al limite &#8211; nel modo di scrivere di Giorgio. Qualcosa di fragoroso nel suo coniugare ricerca linguistica e una storia tesa, accattivante che, dopo poche pagine, ti fa dimenticare la lingua che la [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viano.wordpress.com&blog=1409821&post=47&subd=viano&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Ho letto <a href="http://www.minimumfax.com/libro.asp?libroID=427">questo libro</a>. C&#8217;è qualcosa di metallico e scintillante &#8211; come il lampeggiare di uno strumento affilato ma anche pericoloso, sempre al limite &#8211; nel modo di scrivere di Giorgio. Qualcosa di fragoroso nel suo coniugare ricerca linguistica e una storia tesa, accattivante che, dopo poche pagine, ti fa dimenticare la lingua che la veicola e ti fa desiderare solo di arrivare alla fine e sapere come va a finire (anche se una parte di te lo sa da sempre, l&#8217;ha sempre saputo). Oh, ci sono un sacco di sporcature &#8211; è, nonostante la bravura e la maturità di Giorgio, un romanzo d&#8217;esordio, e si sente &#8211; un sacco di roba forse non così essenziale e un sacco di momenti che hanno più a che fare con il liquidare certi conti in sospeso dell&#8217;autore, piuttosto che con le ragioni narrative. Ma nonostante tutto parliamo di un gioiello &#8211; grezzo, come certi pezzi di oreficeria barbarica del tardo Impero: pieno di una forza che pare tracimare, anche.</p>
<p><span id="more-47"></span></p>
<p>Bene. Il pezzo-sviolinata sul libro di quello che comunque considero un maestro (e non sto qui a giustificare quella che sembra, ma non è, retorica, dico solo che Giorgio, anche se in poche occasioni, mi ha insegnato che nello scrivere c&#8217;è un&#8217;etica, intrecciata alla tecnica e che le due vanno sempre insieme. E anche che si può vivere facendo quello che entrambi facciamo &#8211; anche se a livelli diversi. E non è poco) mi serve anche a introdurre un argomento che mi sta a cuore. Facciamo così, visto che il cappello è stato fin troppo lungo, adesso sarò tranchant: la narrativa italiana non è mai stata così vitale. E non è mai stata così vitale perché &#8211; chi mi conosce sa che l&#8217;ho sempre dichiarato, da vecchio marxista &#8211; la quantità, prima o poi, si trasforma in qualità. Grazie a un certo numero di esordienti di successo che si sono succeduti in questi anni (a cominciare, credo, da Piperno) le case editrici e le agenzie non sono mai state così attente agli esordi. Al punto che ormai ci saranno almeno due o tre esordi di peso al mese. Oh, non ci sarà solo roba di qualità, in tutte queste uscite ma vi si può intuire un movimento. Una ricerca. E fermento. Fermento che si riverbera sugli scrittori già in luce.</p>
<p>Insomma, non c&#8217;è mai stato periodo migliore per scrivere e farsi leggere. Prima o poi la bottiglia potrebbe indicare proprio uno di noi. Non ci resta, allora, che atteggiare le labbra, distendere le membra e farci trovare pronti.</p>
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	</item>
		<item>
		<title>Riflessione</title>
		<link>http://viano.wordpress.com/2008/12/17/riflessione/</link>
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		<pubDate>Wed, 17 Dec 2008 16:16:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>viano</dc:creator>
				<category><![CDATA[testi]]></category>
		<category><![CDATA[Benjamin]]></category>
		<category><![CDATA[perle]]></category>

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		<description><![CDATA[I grandi poeti esercitano senza eccezioni la loro azione combinatoria in un mondo che verrà dopo di loro: così le vie di Parigi delle poesie di Baudelaire sono comparse solo dopo il 1900 e anche le figure di Dostoevskij non prima di allora.
Walter Benjamin
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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>I grandi poeti esercitano senza eccezioni la loro azione combinatoria in un mondo che verrà dopo di loro: così le vie di Parigi delle poesie di Baudelaire sono comparse solo dopo il 1900 e anche le figure di Dostoevskij non prima di allora.</p>
<p style="text-align:right;">Walter Benjamin</p>
  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/viano.wordpress.com/44/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/viano.wordpress.com/44/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/viano.wordpress.com/44/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/viano.wordpress.com/44/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/viano.wordpress.com/44/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/viano.wordpress.com/44/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/viano.wordpress.com/44/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/viano.wordpress.com/44/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/viano.wordpress.com/44/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/viano.wordpress.com/44/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viano.wordpress.com&blog=1409821&post=44&subd=viano&ref=&feed=1" /></div>]]></content:encoded>
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	</item>
		<item>
		<title>Ecco il racconto</title>
		<link>http://viano.wordpress.com/2008/11/27/ecco-il-racconto/</link>
		<comments>http://viano.wordpress.com/2008/11/27/ecco-il-racconto/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 27 Nov 2008 17:02:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>viano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Stavo scrivendo una relazione per l’ufficio. La casa era fredda, come sempre, le pareti spesse trasudavano umidità. C’era il buio, fuori – le sette di sera, d’inverno, sono l’ora più buia – e io mi stringevo nel vecchio golf che uso sempre, in casa, cercando di raccogliere il calore del mio stesso corpo. Avevo l’impressione [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viano.wordpress.com&blog=1409821&post=35&subd=viano&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Stavo scrivendo una relazione per l’ufficio. La casa era fredda, come sempre, le pareti spesse trasudavano umidità. C’era il buio, fuori – le sette di sera, d’inverno, sono l’ora più buia – e io mi stringevo nel vecchio golf che uso sempre, in casa, cercando di raccogliere il calore del mio stesso corpo. Avevo l’impressione che si disperdesse nella stanza, nell’aria, come un alito o un vecchio rimpianto. Scrivevo tentando di concentrarmi sui dati, sulle cifre, quando tra il brusio del televisore lasciato acceso – come un brano di sottofondo – una parola mi colpì, costringendomi ad alzare gli occhi dallo schermo. Tsunami. Maremoto. <span id="more-35"></span>Fece scattare qualcosa. Cercai, a tastoni, il telecomando, e alzai il volume. Mi misi a guardare. E mentre una parte di me restava seduta a quel tavolo, davanti a un computer su cui i frattali avevano cominciato a danzare, un’altra si ritrovò su una spiaggia thailandese, tra cappellini di carta e tavolini dall’aria troppo fragile, festoni colorati e noci di cocco spezzate piene di liquore alla frutta, in attesa dell’onda.<br />
Quando il telefono squillò ci misi un attimo a capire. Risposi in maniera automatica, assente. Non replicai, quando mio fratello mi disse chi era. Dovetti mormorare un borbottio d’assenso, distante.<br />
– Gesù, Alberto, – dissi, sempre guardando le immagini sullo schermo (adesso l’acqua fagocitava un intero villaggio turistico: c’era una persona che provava a opporsi, aggrappandosi a un albero, e si sentivano le urla – e tutto era così instabile). – Stai guardando il TG? – domandai.<br />
Alberto non rispose alla mia domanda. Stava parlando di qualcosa di serio, però, questo lo percepivo dal tono della voce. Quel tono pacato che usava quando affrontava argomenti drammatici. Il tono di un medico abituato a parlare con i suoi pazienti.<br />
– Hanno trovato papà, – disse.</p>
<p>Arrivava sempre carico di regali. Noi, al rumore della macchina che ruggiva per superare la breve salita coperta di neve, ci precipitavamo alla finestra. Lasciavamo le impronte delle mani sui vetri e in pochi istanti i nostri fiati cancellavano lo spettacolo di quell’uomo di sessant’anni che nella luce bassa dei lampioni del cortile sorrideva – sapeva che eravamo lì a guardarlo, e chissà cosa pensava, cosa gli si accendeva, dentro il petto –  mentre scaricava pacchi colorati dal baule della Volvo.<br />
Nessuno gli correva incontro, quando entrava. Avrebbe significato dargli una soddisfazione troppo grande. Entrava e nascondeva i regali nello sgabuzzino, poi veniva da noi, in salotto, e si sedeva sul divano, in attesa della nostra scena. Sempre la stessa. Ogni anno.<br />
– E i regali? – domandava mio fratello.<br />
Lui allargava le braccia e girava i palmi verso l’alto. – Quali regali? – chiedeva a sua volta con un mezzo sorriso.<br />
Poi si sbottonava il giaccone pesante e infilava la mano destra – quella dove portava l’anello d’oro che era stato di suo padre – nella tasca interna. Ne tirava fuori una chiave. La chiave della Volvo, quella con lo scudo e la lancia. Il simbolo di Marte, avrei scoperto molti anni dopo.<br />
La soppesava, scrutandoci per qualche istante. Poi chiamava la mamma: – Elisa! – urlava con la voce impostata. – Chi è stato il più bravo, oggi?<br />
Mia madre – che era rimasta in cucina fino a quel momento – si avvicinava e si fermava a guardarci appoggiata allo stipite della porta. Le braccia conserte, sorridente, il filo di fumo della Muratti che si alzava come un nastro sottile.<br />
– Al solito, – diceva. – Nessuno.<br />
Mio padre faceva la faccia costernata e fingeva di rimettere la chiave in tasca.<br />
– No! – urlavamo. – No, dalla a me!<br />
Lui guardava sua moglie e poi prendeva quello di noi che gli era più vicino. Se lo avvicinava al petto – e allora, se eri tu il fortunato, potevi sentire la miscela di tabacco nero e acqua di Parma che era il suo odore – e gli consegnava la chiave.<br />
– Mettiti il giubbotto, – diceva. – E va’ a dare un’occhiata nel baule.<br />
Il prescelto schizzava a prendere il giubbotto appeso nel corridoio, passando così veloce accanto alla mamma, che doveva scostarsi, per non essere travolta.<br />
Correvi fuori – e quando uscivi dovevi strizzare gli occhi per il freddo che ti accarezzava il viso e per la luce moltiplicata dalla neve – e ci mettevi un secondo a raccapezzarti. Ti chiedevi cosa dovevi aspettarti di trovare in quel baule. Ormai lo sapevi – lo sapevi da anni – che non ci sarebbe stato nulla. Ma volevi credere che quell’anno sarebbe stato diverso. Che, questa volta, solo per questa volta, quando toccava a te, le cose sarebbero andate diversamente. Allora ti avvicinavi alla macchina, infilavi la chiave nella toppa – il metallo era gelato, e tutto il silenzio della vallata sembrava respirarti attorno – e aprivi il baule, con calma, con dolcezza. E, come sempre, non c’era nulla ad aspettarti. Un buio vuoto e profondo. Il Nulla.</p>
<p>Guidando, sull’autostrada – con quel paesaggio monotono, fatto di campi giallastri e magazzini riadattati a centri commerciali a scorrermi accanto, come un fiume di cose – non potevo evitare di pensare a quello che avevo visto al TG.<br />
Tutta quell’acqua. E legno spezzato, fasciame, spazzatura. E la luce, la luce senza ombre delle telecamere non professionali. Quelle immagini prive di grana delle fotografie ricordo.<br />
Ciò che mi aveva colpito di più, in quelle immagini, era come tutti sulla spiaggia apparissero impreparati. C’era qualcosa di grottesco, nel contrasto tra i turisti in pantaloncini hawaiani e creme a schermo totale – che sotto la luce trasformavano le facce in maschere di metallo – e quello che stava per accadere. In gruppetti di tre o quattro si additavano l’onda a vicenda, ignari. L’onda appariva innocua. Piccola, tutto sommato. Un paio di metri al massimo, e neppure troppo veloce. Una tragedia al rallentatore.</p>
<p>Poi arrivava per davvero, e si portava via tutto, e l’acqua sommergeva ogni cosa, come in un gigantesco bagno battesimale da cui tutto – sembrava – sarebbe dovuto uscire rinnovato. Pulito. Purificato.<br />
Le cose irrompono, pensai. E dietro di sé, lasciano solo fango colloso, e rovine.<br />
Dovetti fermarmi. Accostai lungo la corsia d’emergenza e mi passai una mano sulla faccia e poi tra i capelli, fino alla nuca, più volte, per frenare l’irruzione dei ricordi. Mi accesi una sigaretta, cercando di scacciare quelle immagini. E di non sentirmi coinvolto. Ma era più forte di me. Pensavo a tutti quelli che, ora, avrebbero aspettato: madri, mogli, figli, mariti. Padri. In attesa – di una chiamata, di un messaggio. O di un addio. Dopo quanto tempo una donna che attende diventa una vedova? Mesi? Anni?<br />
Un grosso tir mi passò accanto spostando una massa d’aria che smosse la mia macchina.<br />
E poi pensai a mia madre – che era in quella situazione da sei anni.</p>
<p>Alberto mi aspettava nella sala d’attesa dell’obitorio. Squallida quanto basta per farti entrare in confidenza con la morte e il passato e il deterioramento dei corpi. Ci salutammo senza enfasi e ci scambiammo i soliti convenevoli. Aspettammo, senza che nessuno venisse a chiamarci, per un tempo che ci apparve impossibilmente lungo. Alberto giocava con una sigaretta spenta, che si girava tra le dita. Si appoggiò all’unica finestra del locale, la fronte nascosta dall’avambraccio per proteggersi dal freddo di fuori.<br />
– Sai cos’è che mi fa davvero incazzare? – mi chiese dopo qualche istante di silenzio.<br />
Scossi la testa anche se non poteva vedermi.<br />
Si voltò verso di me. – Non ne abbiamo parlato molto, in questi anni, eh? – sorrise, un po’ a disagio. Come se l’aver rivelato la nostra volontà di mettere a tacere la cosa, di nascondercela, fosse una colpa.<br />
Scossi di nuovo la testa. – No. Non abbiamo parlato affatto, – dissi. Ma so cosa vuoi dirmi, avrei voluto aggiungere, so cosa ti fa incazzare. Lo so perché è quello che penso anch’io.<br />
– Che se ne sia andato di sua volontà, – disse. – Ne sono sicuro.<br />
Annuii. Se n’era andato, lasciandosi dietro solo quel buio nero e freddo in cui ci aveva immersi sei anni fa.<br />
Mi avvicinai e gli poggiai una mano sul braccio. Lo strinsi. Mi sforzai di sorridere. – Ti ricordi lo scherzo che ci faceva sempre a Natale? – chiesi. – Quello del baule.<br />
Lui annuì.<br />
– Be’, – continuai, – penso che ci fosse tutto lui, in quel modo di fare. Che ci fosse già tutto.</p>
<p>Quando più tardi uscimmo – la luce fredda di quella fine d’anno sembrava rendere più nitide le cose – non sapevamo che dire. Eravamo imbarazzati. Eravamo combattuti tra il sollievo e – sì – la delusione. Il baule era vuoto, per l’ennesima volta. Ci guardammo senza far niente per un po’. Poi Alberto si chinò per accendere la sigaretta all’accendino che gli porsi, e quando sollevò la testa sorrideva con quel sorriso storto che, in quei giorni, avremmo indossato tutti per parlare della tragedia.<br />
– Hai visto che casino, lo tsunami?<!--more--><!--more--></p>
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		<title>etica</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Nov 2008 21:39:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>viano</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come alcuni di voi già sapranno, sabato scorso ho partecipato a Esordire. Dire che è stata un&#8217;esperienza interessante sarebbe banale. Dire che mi sono goduto due giorni da scrittore vero (e chi conosce le vicissitudini de I fuochi sa cosa intendo) si avvicinerebbe di più alla realtà. 

Bene. Dover lavorare al racconto per il torneo [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=viano.wordpress.com&blog=1409821&post=33&subd=viano&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:left;">Come alcuni di voi già sapranno, sabato scorso ho partecipato a <a href="http://www.scrittorincitta.it/italian/esordire.php">Esordire</a>. Dire che è stata un&#8217;esperienza interessante sarebbe banale. Dire che mi sono goduto due giorni da scrittore vero (e chi conosce le vicissitudini de I fuochi sa cosa intendo) si avvicinerebbe di più alla realtà. <a href="http://www.scrittorincitta.it/italian/esordire.php"><br />
</a><span id="more-33"></span><br />
Bene. Dover lavorare al racconto per il torneo (che posterò presto) mi ha fatto riflettere. Ascoltare i consigli degli editor presenti alle Prove d&#8217;autore, anche di più. E quello che ho deciso è che sarò uno scrittore onesto. Da qui in poi. Niente più trucchi, né scorciatoie. Troppo banale? Proverò ad essere più profondo, allora. Ieri pomeriggio, nell&#8217;ozio del dopo pranzo, fumando una sigaretta sul balcone di mio padre, con il mio paese davanti &#8211; inciso nell&#8217;ambra di un pomeriggio invernale assolato &#8211; mi è balenata l&#8217;idea di scrivere un romanzo sulla tragedia del giorno. Un uomo avrebbe dovuto prendere la parola e raccontare cosa lo aveva portato alla decisione di uccidere i suoi cari &#8211; che giacevano, morti, al piano di sopra &#8211; prima di seguirli, all&#8217;ultima pagina. Mio fratello, oggi, mi ha detto di aver pensato a un romanzo in cui un giornalista di provincia indaga sulle ragioni che hanno portato un uomo comune a uccidere i suoi cari.</p>
<p style="text-align:left;">So, tanto per essere chiari, di avere gli strumenti per scrivere entrambi i potenziali romanzi ispirati alla strage di Verona. Ne ho i mezzi. Ho una voce adatta. Ho la giusta sensibilità. Ma non lo farò. E non solo perché sarebbe sciacallaggio. No. Non lo farò perché scriverei mosso da un pregiudizio, prima di tutto: che la ragione dell&#8217;irrompere della tragedia in una vita così perfetta, è proprio l&#8217;eccessiva perfezione. Sarei mosso dal mio pregiudizio &#8211; di bravo intellettuale &#8211; anti-borghese. E, quindi sarei falso. Questa la prima ragione. La seconda è che non tratterò più i Novissimi. Non voglio più farlo. Non commetterò più, ammesso che l&#8217;abbia fatto, omicidi di carta. Troppo facile uccidere senza sporcarsi. Oh, ci saranno comunque dei morti, nei miei futuri romanzi. E la Morte. Non può che essere così. Ma non ucciderò più nessuno. Mai più.</p>
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