1. Antonio Tarantino
2. Gipi
3. Alessandro Barbero
4. Roberto Calasso
5. Paolo Sorrentino
Neppure un romanziere? No, neppure un romanziere.
1. Antonio Tarantino
2. Gipi
3. Alessandro Barbero
4. Roberto Calasso
5. Paolo Sorrentino
Neppure un romanziere? No, neppure un romanziere.
Capita, a volte, di imbattersi in libri che ci interpellano. Libri che smuovono, davvero qualcosa, in noi – idee, sentimenti, spunti, riflessioni. E’ tanto più bello, quando accade, se accade in un periodo in cui – per pura assuefazione – ogni puntata in libreria si trasforma in una frustrante perdita di tempo. Capita che non ci interessi nulla – o quasi. E poi ci capita per le mani Ricordi tristi e civili di Garboli. Read the rest of this entry »
Come si è diffusa, questa retorica della sincerità che riempie di sé tutti i reality – in tutte le varianti? L’accusa peggiore – mossa in un luogo che fa dell’apparenza la sua stessa ragione d’essere – è quella di non essere sinceri. E la sincerità – e il suo lato meno comprensibile, per un vecchio piemontese come me, l’emotività – rovesciata nel suo opposto: un’esibizione autoptica dei propri, reali o meno, sentimenti, quasi che, proprio nella chiusura, nell’interiorità, si nascondesse la minaccia più grave contro di essa: infatti, la sincerità, senza un pubblico, non esiste.
Questa è certamente una spiegazione. Quella più banale – ma non meno vera – è semplicemente di coerenza con l’assunto: il reality si nutre di realtà; il pubblico premia i sinceri, l’ipocrisia viene smascherata, bla bla bla. Dunque ci troveremmo di fronte – sebbene possa risultare capzioso – a una sincerità strumentale.
Quale che sia la spiegazione giusta, resta il problema che i reality diffondono, tra le altre cose che non mi piacciono, un’idea fracassona e esibita della sincerità – una sincerità che va sbattuta in faccia, come un’arma impropria. La vita – per noi introversi, per noi orsi, per noi timidi – si fa sempre più dura.
Il compito più difficile per chiunque scriva – per chi ha scritto, per chi sta scrivendo, per chi vuole scrivere – è precisarsi a se stessi, darsi una forma, mettersi a fuoco – per usare un’immagine della fotografia. Chiunque scriva, infatti, è abitato da un’ombra, da un fantasma. Read the rest of this entry »
Oggi, mi sono svegliato in un paese fascista. Fascista, sì. Senza mezzi termini. In due soli giorni, il governo ha stabilito la supremazia delle gerarchie religiose sugli organi dello stato e abolito, di fatto, la divisione dei poteri. Ha legalizzato le squadracce. Ha stabilito la schedatura dei senzatetto -che così diventano dei criminali per definizione – abolendo in questo modo l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Infine ha imposto, per legge, l’obbligo alla delazione anche contro la deontologia.
Fascismo. Fascismo. Fascismo.
Possono passare pomeriggi interi, prima che si scambino una sola parola. Se lui è in casa – senon è via per uno dei suoi mille inpegni, lavori – si incrociano per le stanze – che a quell’ora sono piene di luce – e si sfiorano, senza aprire bocca.
Da quando è arrivata la madre di lui, è anche peggio. Lei dorme nella stanza di Michele. La stanza che era di Michele. Passa le giornate a sonnecchiare sulla poltrona – una rivista di storie femminili aperta in grembo e gli occhiali da presbite che le scivolano sul naso. E lei si sente a disagio. Come se quella presenza, lì, in quella stanza, bloccasse i suoi movimenti, la costringesse a parlare ancora più sottovoce, a non fare nemmeno i piccoli rumori delle incombenze quotidiane. Sono tre giorni che non passa l’aspirapolvere.
“Tua madre dovrebbe fare un bagno” dice.
Lui alza gli occhi dal giornale, si stringe nelle spalle.
“Dovresti dirlo a lei, questo, no? Se pensi che ne abbia bisogno”. Francesca vorrebbe dirgli dell’odore penetrante di lei, un misto di sudore e fatica. Di ormoni decaduti e scarsa pulizia. Un odore che sa di cose polverose e dimenticate, ma non sgradevole. Non del tutto, almeno. Poi lui si alza dal tavolo – lasciandosi dietro un caos di briciole, fette biscottate all’avena mezzo mangiucchiate, barattoli di marmellata aperti e una tazzina di caffè piena di un fondo cremoso, giallastro.
Si avvicina per darle un bacio, di sfuggita. “Adesso devo proprio andare” dice. Lei sta guardando fuori della finestra, il tronchetto delle felicità della dirimpettaia. E’ cresciuto fino a superare i due metri. Vorrebbe sapere come fa. Si chiede perché le sue piante muoiano sempre dopo poco tempo. Annuisce piano, come tra sé, alle parole di lui. Read the rest of this entry »
Stavo scrivendo una relazione per l’ufficio. La casa era fredda, come sempre, le pareti spesse trasudavano umidità. C’era il buio, fuori – le sette di sera, d’inverno, sono l’ora più buia – e io mi stringevo nel vecchio golf che uso sempre, in casa, cercando di raccogliere il calore del mio stesso corpo. Avevo l’impressione che si disperdesse nella stanza, nell’aria, come un alito o un vecchio rimpianto. Scrivevo tentando di concentrarmi sui dati, sulle cifre, quando tra il brusio del televisore lasciato acceso – come un brano di sottofondo – una parola mi colpì, costringendomi ad alzare gli occhi dallo schermo. Tsunami. Maremoto. Read the rest of this entry »
Come alcuni di voi già sapranno, sabato scorso ho partecipato a Esordire. Dire che è stata un’esperienza interessante sarebbe banale. Dire che mi sono goduto due giorni da scrittore vero (e chi conosce le vicissitudini de I fuochi sa cosa intendo) si avvicinerebbe di più alla realtà.
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Accendo la TV. Su Ballarò – una volta tanto che il mio televisore mi fa vedere raitre – e trovo Zucconi che, con la sicumera irritante dell’uomo di mondo – e il sorrisino di sufficienza di prammatica – afferma: vivere al di sopra dei propri mezzi e comprare più di quanto ci si possa permettere ormai è necessario sennò torneremmo all’economia dei nostri nonni. Peccato che i nostri nonni – e i nostri genitori – vivendo al di sotto dei propri mezzi, risparmiando e producendo, abbiano costruito un’economia, si siano comprati delle case, ci abbiano nutrito e fatto studiare. E, soprattutto, peccato che l’affermazione non sia vera. Non è necessario. Nulla è necessario in economia (a meno di non essere davvero accecati da un’ideologia che sconfina spesso nel fideismo e credere davvero nella mano invisibile di Smith). L’hanno fatto diventare necessario. Read the rest of this entry »