Possono passare pomeriggi interi, prima che si scambino una sola parola. Se lui è in casa – senon è via per uno dei suoi mille inpegni, lavori – si incrociano per le stanze – che a quell’ora sono piene di luce – e si sfiorano, senza aprire bocca.
Da quando è arrivata la madre di lui, è anche peggio. Lei dorme nella stanza di Michele. La stanza che era di Michele. Passa le giornate a sonnecchiare sulla poltrona – una rivista di storie femminili aperta in grembo e gli occhiali da presbite che le scivolano sul naso. E lei si sente a disagio. Come se quella presenza, lì, in quella stanza, bloccasse i suoi movimenti, la costringesse a parlare ancora più sottovoce, a non fare nemmeno i piccoli rumori delle incombenze quotidiane. Sono tre giorni che non passa l’aspirapolvere.
“Tua madre dovrebbe fare un bagno” dice.
Lui alza gli occhi dal giornale, si stringe nelle spalle.
“Dovresti dirlo a lei, questo, no? Se pensi che ne abbia bisogno”. Francesca vorrebbe dirgli dell’odore penetrante di lei, un misto di sudore e fatica. Di ormoni decaduti e scarsa pulizia. Un odore che sa di cose polverose e dimenticate, ma non sgradevole. Non del tutto, almeno. Poi lui si alza dal tavolo – lasciandosi dietro un caos di briciole, fette biscottate all’avena mezzo mangiucchiate, barattoli di marmellata aperti e una tazzina di caffè piena di un fondo cremoso, giallastro.
Si avvicina per darle un bacio, di sfuggita. “Adesso devo proprio andare” dice. Lei sta guardando fuori della finestra, il tronchetto delle felicità della dirimpettaia. E’ cresciuto fino a superare i due metri. Vorrebbe sapere come fa. Si chiede perché le sue piante muoiano sempre dopo poco tempo. Annuisce piano, come tra sé, alle parole di lui. Read the rest of this entry »