Ci sono artisti che hanno bisogno di un contatto diretto con il reale, per dare il meglio di sé. Hanno, quando va bene, un contatto diretto con il popolo (parola fuori moda che sta per: il ceto della gente che lavora ) al limite, sanno gettare delle occhiate, sguardi rapinosi, nella vita. Quando smettono di farlo, si perdono, letteralmente, inaridiscono – allora vedi la fatica, il girare a vuoto. Read the rest of this entry »
Una mattina mi son svegliato…
February 6, 2009Oggi, mi sono svegliato in un paese fascista. Fascista, sì. Senza mezzi termini. In due soli giorni, il governo ha stabilito la supremazia delle gerarchie religiose sugli organi dello stato e abolito, di fatto, la divisione dei poteri. Ha legalizzato le squadracce. Ha stabilito la schedatura dei senzatetto -che così diventano dei criminali per definizione – abolendo in questo modo l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Infine ha imposto, per legge, l’obbligo alla delazione anche contro la deontologia.
Fascismo. Fascismo. Fascismo.
Un racconto (gite e sigarette)
January 22, 2009Possono passare pomeriggi interi, prima che si scambino una sola parola. Se lui è in casa – senon è via per uno dei suoi mille inpegni, lavori – si incrociano per le stanze – che a quell’ora sono piene di luce – e si sfiorano, senza aprire bocca.
Da quando è arrivata la madre di lui, è anche peggio. Lei dorme nella stanza di Michele. La stanza che era di Michele. Passa le giornate a sonnecchiare sulla poltrona – una rivista di storie femminili aperta in grembo e gli occhiali da presbite che le scivolano sul naso. E lei si sente a disagio. Come se quella presenza, lì, in quella stanza, bloccasse i suoi movimenti, la costringesse a parlare ancora più sottovoce, a non fare nemmeno i piccoli rumori delle incombenze quotidiane. Sono tre giorni che non passa l’aspirapolvere.
“Tua madre dovrebbe fare un bagno” dice.
Lui alza gli occhi dal giornale, si stringe nelle spalle.
“Dovresti dirlo a lei, questo, no? Se pensi che ne abbia bisogno”. Francesca vorrebbe dirgli dell’odore penetrante di lei, un misto di sudore e fatica. Di ormoni decaduti e scarsa pulizia. Un odore che sa di cose polverose e dimenticate, ma non sgradevole. Non del tutto, almeno. Poi lui si alza dal tavolo – lasciandosi dietro un caos di briciole, fette biscottate all’avena mezzo mangiucchiate, barattoli di marmellata aperti e una tazzina di caffè piena di un fondo cremoso, giallastro.
Si avvicina per darle un bacio, di sfuggita. “Adesso devo proprio andare” dice. Lei sta guardando fuori della finestra, il tronchetto delle felicità della dirimpettaia. E’ cresciuto fino a superare i due metri. Vorrebbe sapere come fa. Si chiede perché le sue piante muoiano sempre dopo poco tempo. Annuisce piano, come tra sé, alle parole di lui. Read the rest of this entry »
Post natalizio: Giorgio Vasta, il gioco della bottiglia e lo stato dell’editoria italiana
December 27, 2008Ho letto questo libro. C’è qualcosa di metallico e scintillante – come il lampeggiare di uno strumento affilato ma anche pericoloso, sempre al limite – nel modo di scrivere di Giorgio. Qualcosa di fragoroso nel suo coniugare ricerca linguistica e una storia tesa, accattivante che, dopo poche pagine, ti fa dimenticare la lingua che la veicola e ti fa desiderare solo di arrivare alla fine e sapere come va a finire (anche se una parte di te lo sa da sempre, l’ha sempre saputo). Oh, ci sono un sacco di sporcature – è, nonostante la bravura e la maturità di Giorgio, un romanzo d’esordio, e si sente – un sacco di roba forse non così essenziale e un sacco di momenti che hanno più a che fare con il liquidare certi conti in sospeso dell’autore, piuttosto che con le ragioni narrative. Ma nonostante tutto parliamo di un gioiello – grezzo, come certi pezzi di oreficeria barbarica del tardo Impero: pieno di una forza che pare tracimare, anche.
Riflessione
December 17, 2008I grandi poeti esercitano senza eccezioni la loro azione combinatoria in un mondo che verrà dopo di loro: così le vie di Parigi delle poesie di Baudelaire sono comparse solo dopo il 1900 e anche le figure di Dostoevskij non prima di allora.
Walter Benjamin
Ecco il racconto
November 27, 2008Stavo scrivendo una relazione per l’ufficio. La casa era fredda, come sempre, le pareti spesse trasudavano umidità. C’era il buio, fuori – le sette di sera, d’inverno, sono l’ora più buia – e io mi stringevo nel vecchio golf che uso sempre, in casa, cercando di raccogliere il calore del mio stesso corpo. Avevo l’impressione che si disperdesse nella stanza, nell’aria, come un alito o un vecchio rimpianto. Scrivevo tentando di concentrarmi sui dati, sulle cifre, quando tra il brusio del televisore lasciato acceso – come un brano di sottofondo – una parola mi colpì, costringendomi ad alzare gli occhi dallo schermo. Tsunami. Maremoto. Read the rest of this entry »
etica
November 23, 2008Come alcuni di voi già sapranno, sabato scorso ho partecipato a Esordire. Dire che è stata un’esperienza interessante sarebbe banale. Dire che mi sono goduto due giorni da scrittore vero (e chi conosce le vicissitudini de I fuochi sa cosa intendo) si avvicinerebbe di più alla realtà.
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Magia nera
September 30, 2008Accendo la TV. Su Ballarò – una volta tanto che il mio televisore mi fa vedere raitre – e trovo Zucconi che, con la sicumera irritante dell’uomo di mondo – e il sorrisino di sufficienza di prammatica – afferma: vivere al di sopra dei propri mezzi e comprare più di quanto ci si possa permettere ormai è necessario sennò torneremmo all’economia dei nostri nonni. Peccato che i nostri nonni – e i nostri genitori – vivendo al di sotto dei propri mezzi, risparmiando e producendo, abbiano costruito un’economia, si siano comprati delle case, ci abbiano nutrito e fatto studiare. E, soprattutto, peccato che l’affermazione non sia vera. Non è necessario. Nulla è necessario in economia (a meno di non essere davvero accecati da un’ideologia che sconfina spesso nel fideismo e credere davvero nella mano invisibile di Smith). L’hanno fatto diventare necessario. Read the rest of this entry »
Ciò che sono capace di fare
August 29, 2008Da qualche giorno sono alle prese con un lavoro che non avrei mai pensato di fare. E mi piace, accidenti, mi piace un sacco. Ma quello che è strano, quello che mi fa pensare è scoprire, di volta in volta, quanto sia elastica la mia – attenzione attenzione, sto per usare una parola impegnativa – la mia etica, ecco. Qualche tempo fa ho dovuto scrivere, riportandole fedelmente, le opinioni politiche di un personaggio (che non cito a ragion veduta) che mi riempivano di schifo, e tristezza. E ora questo. Mi difendo pensando che mi resta l’etica del lavoro. E, forse, non è così poco.
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